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Ashwagandha e Hashimoto

Ашваганда и Хашимото
  1. Cos’è l’Hashimoto e come influisce sulla tiroide?
  2. L’ashwagandha può aiutare nell’Hashimoto?
  3. Come si assume l’ashwagandha nell’Hashimoto?
  4. Ashwagandha nell’Hashimoto – opinioni ed esperienze 
  5. Conclusione: l’ashwagandha è utile nell’Hashimoto?
  6. Domande frequenti (FAQ)

Chi soffre di Hashimoto sa che la malattia non si manifesta mai allo stesso modo.

I sintomi compaiono improvvisamente e col tempo diventano sempre più confusionari: a volte si intensificano, a volte scompaiono. In un momento gli ormoni sembrano completamente normali, in quello successivo tutto cambia. 

Queste fasi alternate non solo confondono il paziente e rendono difficile il monitoraggio e il controllo della malattia, ma trasformano anche la scelta degli integratori alimentari, come l’ashwagandha, in un processo estremamente delicato e individuale.

Nelle prime fasi può essere di aiuto, ma durante una fase autoimmune attiva o con valori elevati di anticorpi il suo effetto può essere opposto: invece di dare supporto, peggiorare i sintomi e provocare complicazioni.

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Nelle righe seguenti scoprirete in quale fase l’ashwagandha può essere utile, quando evitarla e come usarla in sicurezza se avete Hashimoto. 

Cos’è l’Hashimoto e come influisce sulla tiroide?

Cos’è l’Hashimoto e come influisce sulla tiroide?

L’Hashimoto è una malattia autoimmune descritta per la prima volta nel 1912 dal medico giapponese Hakaru Hashimoto. In letteratura medica può essere indicata anche con altri nomi: tiroidite cronica, tiroidite linfocitica, gozzo linfoadenoidale e, più recentemente, tiroidite autoimmune.

La malattia è caratterizzata dal fatto che il sistema immunitario attacca per errore la propria tiroide, considerandone le cellule come estranee. Ne consegue un’infiammazione cronica e una progressiva riduzione della capacità di produrre ormoni che regolano il metabolismo, l’energia e il benessere generale dell’organismo.

Quali sono i principali sintomi dell’Hashimoto?

L’Hashimoto si sviluppa lentamente e gradualmente, un processo che può durare anni o addirittura decenni. In alcune persone decorre quasi senza sintomi, mentre in altre si osservano fasi alternate di funzione tiroidea aumentata e ridotta.

Secondo l’American Thyroid Association (2023), la malattia passa generalmente attraverso tre fasi principali, che si distinguono per l’attività della ghiandola, i livelli ormonali e i sintomi presenti. 

Ipotiroidismo subclinico 

All’inizio il sistema immunitario inizia ad attaccare le cellule della tiroide, ma l’organismo riesce ancora a compensare la perdita aumentando la produzione di TSH (ormone tireostimolante). Così gli ormoni T3 e T4 rimangono nella norma, anche se la ghiandola lavora sotto maggiore stress. 

Sintomi possibili:

  • Stanchezza e mancanza di energia;
  • Estremità fredde e temperatura corporea abbassata;
  • Leggera ansia e sbalzi d’umore;
  • Gonfiore nella zona del collo (gozzo).

Ipotiroidismo conclamato

Col tempo la distruzione delle cellule si approfondisce e la ghiandola non riesce più a produrre abbastanza ormoni. In questa fase il TSH è fortemente elevato mentre T3 e T4 sono ridotti. È il momento in cui di solito viene posta la diagnosi e si inizia la terapia ormonale sostitutiva.

Sintomi caratteristici:

  • Stanchezza costante e mancanza di concentrazione;
  • Aumento di peso senza motivo apparente;
  • Pelle secca, caduta dei capelli, viso gonfio;
  • Stitichezza, intolleranza al freddo e metabolismo rallentato;
  • Stati depressivi, apatia o irritabilità. 

Fase tardiva (atrofica) 

In caso di processo autoimmune di lunga durata, parte della tiroide si riduce e viene sostituita da tessuto fibroso – un tessuto connettivo denso che non produce ormoni. Di conseguenza la sua funzione si indebolisce permanentemente e i sintomi dell’ipotiroidismo diventano più marcati.

Manifestazioni tipiche:

  • Stanchezza intensa e reazioni rallentate;
  • Temperatura corporea molto bassa e sensazione di freddo;
  • Gonfiore e ritenzione idrica;
  • Frequenza cardiaca ridotta e pressione bassa.

Sebbene l’evoluzione dell’Hashimoto venga spesso descritta per fasi, in realtà la malattia si manifesta in modo individuale: le fasi possono sovrapporsi, alternarsi o durare anni. 

In una piccola percentuale di pazienti (circa 5-10%) può manifestarsi temporaneamente la cosiddetta fase tireotossica transitoria, in cui la distruzione delle cellule tiroidee rilascia in circolo gli ormoni accumulati. Ciò provoca una temporanea iperattività della tiroide, con battito accelerato, nervosismo, sudorazione e insonnia. 

Questa fase viene spesso confusa con l’ipertiroidismo, soprattutto se la diagnosi di Hashimoto non è ancora stata posta, dato che i sintomi sono simili. Dopo un breve periodo i livelli ormonali di solito scendono e si passa alla fase di ridotta funzione (ipotiroidismo). 

Quali fattori scatenano la malattia?

La causa esatta dell’Hashimoto non è completamente chiarita, ma si ritiene che la malattia sorga dalla combinazione di predisposizione genetica e fattori esterni che alterano l’equilibrio immunitario.

Tra i fattori scatenanti ci sono:

  • Predisposizione genetica;
  • Infezioni virali e batteriche (ad es. virus Epstein-Barr);
  • Eccesso di iodio;
  • Stress cronico e squilibrio ormonale;
  • Esposizione a tossine e pesticidi ambientali;
  • Alterazioni della barriera intestinale e del microbioma (permeabilità intestinale).

La malattia si manifesta spesso in periodi di cambiamenti ormonali – pubertà, gravidanza e menopausa – quando l’organismo è più vulnerabile alle reazioni autoimmuni.

Quanto è diffuso l’Hashimoto in Italia?

In Italia la tiroidite di Hashimoto è la causa più frequente di ipotiroidismo. Secondo dati aggiornati da studi nazionali e internazionali, la malattia colpisce circa il 5-10% della popolazione adulta, mentre nel 10-15% delle donne si riscontrano anticorpi anti-tiroide (anti-TPO), spesso senza sintomi.

Le statistiche mostrano anche una chiara differenza di genere: le donne sono colpite 5-10 volte più spesso degli uomini. Ciò è spiegato dall’influenza degli ormoni sessuali, in particolare degli estrogeni, che hanno un effetto dimostrato sul sistema immunitario e possono aumentare la predisposizione alle reazioni autoimmuni. 

L’ashwagandha può aiutare nell’Hashimoto?

Nell’Hashimoto il trattamento principale è farmacologico – tramite terapia ormonale sostitutiva (di solito levotiroxina), che compensa la carenza di ormoni tiroidei. È efficace e vitale, aiuta a controllare i sintomi in circa il 70-80% dei pazienti con ipotiroidismo conclamato.

Tuttavia una parte di essi continua a provare stanchezza, ansia e sbalzi d’umore anche con valori stabilizzati. Per questo alcuni pazienti cercano rimedi naturali complementari che supportino energia, sonno ed equilibrio psico-emotivo. 

Tra le erbe più popolari c’è l’ashwagandha, conosciuta anche come ginseng indiano, che attira l’attenzione dei ricercatori per il suo potenziale nel supportare la funzione tiroidea, soprattutto nelle fasi iniziali dell’Hashimoto. 

Quali sono gli effetti dimostrati dell’ashwagandha sulla tiroide?

L’ashwagandha ha una lunga tradizione nell’Ayurveda – la medicina tradizionale indiana basata sul mantenimento dell’armonia tra mente, corpo ed energia attraverso uno stile di vita naturale. I suoi composti bioattivi chiave sono i withanolidi e gli alcaloidi, responsabili dell’azione antiossidante, antinfiammatoria e di modulazione dello stress. 

Come erba adattogena, l’ashwagandha è nota per tre proprietà principali:

  • Abbassa i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) agendo sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA);
  • Migliora la resistenza allo stress grazie all’azione combinata di withanolidi e alcaloidi;
  • Supporta l’equilibrio ormonale indirettamente riducendo cortisolo e stress ossidativo.

Quando l’assunzione di ashwagandha può essere utile?

L’assunzione di ashwagandha può essere utile quando la funzione tiroidea è relativamente stabile e non c’è un processo autoimmune attivo, ad esempio:

  • In caso di ipotiroidismo subclinico;
  • Con alti livelli di stress, ansia o insonnia;
  • Con stanchezza prolungata e bassi livelli energetici;

L’ashwagandha non è raccomandata in caso di: 

  • Fase autoimmune attiva con processi infiammatori elevati o alti valori di anti-TPO e anti-Tg (>500 IU/mL);
  • Gravidanza e allattamento;
  • Assunzione contemporanea di levotiroxina senza controllo medico.

Ci sono studi scientifici su ashwagandha e malattie autoimmuni?

I dati esistenti indicano che l’ashwagandha può migliorare i parametri ormonali (TSH, T3, T4), ma non riduce gli anticorpi.

Ciò significa che supporta la funzione ma non arresta la reazione autoimmune.

In studi di laboratorio si osserva che i composti attivi dell’ashwagandha abbassano le citochine infiammatorie, suggerendo un effetto immunomodulante, ma mancano dati clinici sull’effetto su anti-TPO o sul processo autoimmune nell’Hashimoto.

Come si assume l’ashwagandha nell’Hashimoto?

L’assunzione di ashwagandha deve essere adattata allo stato del paziente e sotto controllo medico, specialmente per chi già segue una terapia ormonale sostitutiva. 

Qual è il dosaggio e la forma di assunzione consigliata?

L’ashwagandha è disponibile in diverse forme principali, che differiscono per modalità di assunzione, concentrazione di principi attivi e tollerabilità individuale.

  • Capsule – la forma più diffusa, comoda per l’assunzione quotidiana e il dosaggio preciso.
  • Polvere – la forma tradizionale usata nell’Ayurveda, dal sapore leggermente amaro. 
  • Tintura – estratto liquido ad assorbimento rapido, usato soprattutto in fitoterapia.

Con 600 mg di ashwagandha al giorno per otto settimane è stato riscontrato miglioramento dell’equilibrio ormonale nell’ipotiroidismo subclinico.

In pratica questo corrisponde generalmente a:

  • 1-2 capsule al giorno (secondo la concentrazione del prodotto);
  • 3-5 g di polvere (circa 1 cucchiaino);
  • 20-30 gocce di tintura.

Indipendentemente dalla forma, il dosaggio deve seguire le indicazioni del produttore e essere concordato con il medico curante. Per una migliore tollerabilità e assorbimento, assumere l’ashwagandha con il cibo – al mattino per maggiore energia e concentrazione, la sera per sonno più tranquillo e riduzione dello stress.

Per quanto tempo è sicuro assumerla?

Gli studi dimostrano che l’ashwagandha è sicura per un’assunzione fino a 8-12 settimane. Questo è considerato il periodo ottimale di un ciclo. Successivamente è consigliabile fare una pausa di 2-4 settimane prima di riprenderla. In caso di uso più prolungato è importante monitorare TSH, T3 e T4 ogni 4-6 settimane per evitare un eccessivo aumento di T3 e T4.

Cosa consigliano medici ed esperti?

L’ashwagandha può essere utile nell’Hashimoto, ma solo in determinati casi – soprattutto nelle fasi iniziali o stabili della malattia, quando la funzione tiroidea è parzialmente conservata e gli ormoni sono sotto controllo.

Gli endocrinologi sottolineano che la terapia ormonale sostitutiva rimane il metodo principale di trattamento, mentre gli integratori a base di erbe come l’ashwagandha possono essere usati solo come supporto per ridurre stress, ansia e stanchezza che spesso accompagnano la malattia. 

I fitoterapeuti la consigliano come adattogeno che supporta il sistema nervoso e lo stato psico-emotivo, soprattutto in caso di lieve ipofunzione o ipotiroidismo subclinico.

Fonti internazionali come Mayo Clinic e National Center for Complementary and Integrative Health avvertono che l’ashwagandha può potenziare l’effetto della levotiroxina, pertanto la dose del farmaco deve essere monitorata regolarmente e, se necessario, corretta. 

Ashwagandha nell’Hashimoto – opinioni ed esperienze 

Sebbene sia una delle erbe adattogene più discusse nei disturbi tiroidei, l’ashwagandha suscita opinioni contrastanti sia tra i pazienti che tra gli specialisti. Il suo effetto dipende dalla fase della malattia, dal dosaggio e dalla sensibilità individuale dell’organismo. 

Cosa raccontano i pazienti in Italia?

In Italia mancano osservazioni cliniche ufficiali, ma dalle esperienze condivise in forum e gruppi di pazienti le persone riferiscono più spesso:

  • Maggiore energia e migliore concentrazione;
  • Sonno più tranquillo e minore tensione emotiva;
  • Umore migliorato e meno episodi di ansia.

I migliori risultati si osservano nella tiroidite subclinica di Hashimoto. Nella fase autoimmune attiva alcuni pazienti riferiscono battito accelerato o insonnia.

Cosa dicono endocrinologi e fitoterapeuti?

Gli endocrinologi riferiscono che in pratica clinica alcuni pazienti notano migliore sonno e umore quando l’ashwagandha viene assunta a dose moderata (300-600 mg al giorno). Sottolineano però che nella fase attiva e con anticorpi elevati l’erba non è raccomandata.

I fitoterapeuti aggiungono che i migliori risultati si ottengono quando l’ashwagandha viene combinata con magnesio, selenio e vitamine del gruppo B, oltre a uno stile di vita adeguato con sonno regolare, attività fisica e alimentazione bilanciata. 

Quali risultati sono più frequentemente osservati?

Secondo piccoli studi clinici ed esperienze reali, i risultati più comuni sono:

  • Miglioramento dell’energia e della concentrazione;
  • Riduzione dell’ansia e gestione più facile dello stress;
  • Sonno e umore migliori;
  • Leggera riduzione del TSH e aumento di T3 e T4 nell’ipotiroidismo subclinico.

Reazioni più rare ma possibili:

  • Insonnia con assunzione serale;
  • Palpitazioni o lieve aumento del battito;
  • Mal di testa o irritabilità a dosi più alte.

Conclusione: l’ashwagandha è utile nell’Hashimoto?

Conclusione: l’ashwagandha è utile nell’Hashimoto?

La cosa più importante da ricordare è che l’Hashimoto è una malattia autoimmune in cui non si tratta di un sistema immunitario debole, ma di uno squilibrio ormonale e di una risposta immunitaria iperattiva verso la propria tiroide. Perciò integratori come l’ashwagandha possono essere utili solo in determinate fasi, quando la funzione della ghiandola è relativamente stabile. 

Come valutare l’approccio individuale?

Prima di iniziare l’assunzione di ashwagandha è fondamentale una valutazione completa dello stato ormonale e delle condizioni generali dell’organismo. I parametri principali da controllare sono TSH, T3, T4 e gli anticorpi (anti-TPO e anti-Tg).

Se i valori sono stabili e non c’è fase autoimmune attiva, l’ashwagandha può essere introdotta a dose bassa o moderata (300-600 mg al giorno) per 8-12 settimane, ma obbligatoriamente sotto controllo medico. 

Perché è importante consultare uno specialista?

Nell’Hashimoto la funzione tiroidea non è costante: la malattia spesso procede a fasi che si alternano tra ipofunzione (attività ridotta) e iperfunzione (iperattività temporanea). Queste fluttuazioni sono dovute alla distruzione autoimmune delle cellule tiroidee: quando una parte di esse viene danneggiata, gli ormoni immagazzinati vengono rilasciati nel sangue aumentando temporaneamente i livelli di T3 e T4.

Una volta esaurite le scorte, subentra la fase di carenza ormonale in cui l’organismo rallenta e compaiono i tipici sintomi dell’ipotiroidismo. A causa di queste oscillazioni, l’assunzione di integratori come l’ashwagandha può amplificare o inibire l’attività della ghiandola. Pertanto il suo uso deve sempre essere concordato con un endocrinologo o un fitoterapeuta che valuti la fase della malattia e monitori la risposta dell’organismo.

L’ashwagandha può far parte di una terapia completa?

L’ashwagandha può entrare a far parte della terapia complessiva per l’Hashimoto, ma solo come complemento, non come sostituto del trattamento farmacologico. Il suo ruolo è sostenere l’organismo nei momenti di maggiore stress, stanchezza e squilibrio psico-emotivo. 

I migliori risultati si ottengono quando viene inserita in un approccio combinato che comprende trattamento farmacologico, yoga e Ayurveda – tre pratiche che si completano a vicenda, mirate al ripristino dell’equilibrio interiore.

  • Trattamento farmacologico – garantisce livelli stabili di ormoni tiroidei e mantiene il metabolismo nella norma;
  • Yoga – attraverso esercizi di respirazione e rilassamento riduce i livelli di stress e cortisolo, migliora sonno e concentrazione;
  • Ayurveda – supporta i processi naturali di disintossicazione e riequilibrio ormonale tramite regime alimentare personalizzato, erbe e massaggi con oli caldi.

Con il giusto approccio e il controllo di uno specialista, questa cura integrata può essere un valido supporto per le persone con Hashimoto.

Domande frequenti (FAQ)

Domande frequenti (FAQ)

L’ashwagandha può guarire l’Hashimoto?

No, l’ashwagandha non può guarire l’Hashimoto, trattandosi di una malattia autoimmune. Può aiutare a controllare sintomi come stress, stanchezza e ansia, soprattutto nelle fasi iniziali, ma non sostituisce il trattamento farmacologico principale e non agisce direttamente sugli anticorpi autoimmuni.

Quando non dovrei assumere ashwagandha con l’Hashimoto?

Evitare l’ashwagandha in fase autoimmune attiva con processi infiammatori elevati o alti valori di anticorpi (anti-TPO e anti-Tg >500 IU/mL), durante gravidanza e allattamento, così come in caso di assunzione contemporanea di levotiroxina senza controllo medico. In questi casi l’integratore può alterare l’equilibrio ormonale e accentuare reazioni indesiderate.

Quali sono gli effetti collaterali dell’ashwagandha nell’Hashimoto?

Gli effetti collaterali più comuni includono insonnia (con assunzione serale), palpitazioni, lieve aumento del battito, mal di testa e irritabilità a dosi più elevate. Si manifestano in caso di sovradosaggio, sensibilità agli adattogeni o durante la fase attiva della malattia. In presenza di tali sintomi interrompere l’assunzione e consultare il medico. 

Per quanto tempo posso assumere ashwagandha in sicurezza? 

Gli studi dimostrano che l’ashwagandha è sicura fino a 8-12 settimane, dopo le quali si consiglia una pausa di 2-4 settimane. In caso di uso più prolungato è importante monitorare regolarmente TSH, T3 e T4 ogni 4-6 settimane, così come gli anticorpi (anti-TPO e anti-Tg). 


National Center for Complementary and Integrative Health. (2023). Ashwagandha: Usefulness and safety. 

https://www.nccih.nih.gov/health/ashwagandha

Sharma, A. K., Basu, I., & Singh, S. (2018). Efficacy and safety of ashwagandha root extract in subclinical hypothyroid patients: A double-blind, randomized placebo-controlled trial. Journal of Alternative and Complementary Medicine, 24(3), 243–248. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/28829155

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Borissova, A. M., et al. (2020). Trends in the epidemiology of thyroid diseases in Bulgaria since the year 2000. Folia Medica, 62(1), 5–12.

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